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Da diversi anni la scuola storica francese ha rivolto la sua attenzione allo studio e all’approfondimento di alcuni temi particolari come, ad esempio, la magia, l’alchimia e la cabala ebraica nel medioevo. L’argomento, però, non deve essere confuso con le classiche storie di streghe e fantasmi, di cui anche la Sicilia è ricca e che, spesso, sono il frutto di credenze popolari, dove magia e religione si fondono, dando vita a leggende che fanno parte della cultura isolana.

Su questi temi, a Trapani, si è svolto un convegno, organizzato dall’Officina di Studi Medievali, al quale ha partecipato Flavia Buzzetta dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, considerata, seppur giovanissima, una delle più autorevoli studiose sulla magia e sulla cabala ebraica nel medioevo.

D.- Professoressa Buzzetta in un’epoca altamente tecnologica, quale è la nostra, che senso ha oggi studiare la magia?

R.- La magia nel medioevo, come del resto l’alchimia, si presenta come un crocicchio in cui convergono e si diramano religione, superstizione e scienza. Religione perché ha una sua ritualità, superstizione perché si alimenta di credenze popolari e scienza perché racchiude elementi che saranno il motore delle future teorie scientifiche. Fra l’altro, la magia, assunta nel suo senso più lato, nelle stratificazioni della sua configurazione e nella complessità del suo statuto in epoca medievale e rinascimentale, investe la storia delle idee e del pensiero. In poche parole, si delinea come forma specifica di interpretazione del reale e come peculiare tipo di “ razionalità”, scevra da preconcette valenze negative e sottesa, inoltre, alla elaborazione di una strutturata visione del mondo in cui concorrono istanze fisiche, cosmologiche, metafisiche, teologiche ed etiche.

D.- Molti, tra i più famosi alchimisti del medioevo, ritenevano la Sicilia una terra molto interessante. Per quale motivo?

R.- E’ vero. Molti di essi espressero il desiderio, dopo la morte, di essere seppelliti in terra siciliana.

La definivano “ la terra della potenza”. Non si mai trovata la spiegazione per questa definizione, ma è fuor di dubbio che per gli alchimisti la Sicilia era una terra speciale. Alcuni attribuiscono questo interesse alla particolare conformazione dell’isola, che con le sue tre classiche tre punte, stando alla simbologia esoterica, potrebbe racchiudere un particolare significato.

D.- Non dimentichiamo che proprio alla corte di Federico II° visse e operò un famoso alchimista: Michele Scoto.

R.- Non solo alchimista, ma anche mago. Non è superfluo ricordare che persino Dante lo ricorda, definendolo colui “ che delle magiche frodi seppe il gioco”. L’interesse di Michele Scoto per i saperi occulti è testimoniato da diversi suoi trattati, come ad esempio il “ Liber Introductorius “ e il “ Liber Consecrationis”, in cui sono riportati i nomi degli spiriti che possono essere invocati grazie a pratiche magiche. Scoto è anche l’autore di un manoscritto alchemico, ancora inedito, scoperto alla Biblioteca centrale della Regione Siciliana. In questo testo si rivelano i “secreta naturae”, che rendono possibile la trasmutazione e la permutazione dei metalli. Anticipiamo che l’Officina di Studi Medievali, grazie ad un lavoro di équipe, ha in progetto la pubblicazione di una edizione critica, con traduzione e commento, di questo testo affascinante che fino ad oggi è rimasto inedito”.

D.- Ritornando alla magia, possiamo dire che l’interesse degli studiosi è rivolta ad una specifica forma organizzata del sapere in epoca basso-medievale e umanistico-rinascimentale?

R.- Certamente. Nell’epoca in questione, la magia si presenta, in generale, come una ben determinata forma di sapere dai risvolti pratico-operativi, come la sapienza che rappresenta il culmine della “ deificatio hominis”. Il mago è visto come “ dominator mundi”, capace di replicare, sulla base di conoscenze esoteriche, l’atto creativo della divinità manipolando e trasformando il reale.

D.- Nell’occidente latino, quando si può cominciare a parlare della formulazione di una teoria della magia nei suoi aspetti teorici e pratici?

R.- Nei testi magici altomedievali incontriamo non il termine magia, bensì l’espressione “ars magica”, con riferimento ad una prassi operativa alla quale non è legato alcun sapere organizzato scientificamente. Sono proprio vari pensatori medievali, in particolare nel XIII secolo, che elaborano una fondazione teorica della magia sulla base di un insieme di peculiari coordinate filosofiche che attingono, soprattutto, al neoplatonismo e all’ermetismo.

Dobbiamo però precisare che soltanto nel XX secolo la magia e, più in generale, le altre scienze denominate occulte o esoteriche, sono entrate nel mondo accademico come specifico oggetto di studio su basi critico-scientifiche e su una circostanziata analisi di specifici segmenti testuali.

Manuela Girgenti

Intervista ad Orazio Cancila

“ I Florio,storia di una dinastia imprenditoriale”, Bombiani, 2008, pp.735, 25 euro.

 

A distanza di poco più di due secoli dalla migrazione di una famiglia calabrese verso la Sicilia, la storia dei Florio rappresenta ancora oggi uno dei temi di maggiore interesse per gli studiosi di storia economica e sociale dell’Ottocento. Sta di certo che i Florio con le loro vulcaniche iniziative imprenditoriali e con la Navigazione Generale Italiana, che consentiva loro di gestire in regime di monopolio le linee navali nazionali e transoceaniche, fecero di Palermo, alla fine dell’Ottocento, uno dei punti di riferimento del capitalismo nazionale e, nello stesso tempo, una città europea, dove annualmente in primavera si davano appuntamento i più bei nomi dell’alta società internazionale.

Una storia, quella dei Florio, che ha affascinato e continua ad affascinare il grande pubblico, tanto che sulle sue vicende e sulla sua parabola sono state scritti numerosi libri e, quasi tutti, di grande successo editoriale.

Oggi, con i caratteri della Bompiani, Orazio Cancila, ordinario di storia moderna all’Università di Palermo e autore di numerosi saggi sulla storia economica della Sicilia, ha pubblicato un nuovo volume sulla success-story dei Florio, frutto di un lungo lavoro di esplorazione archivistica e di una lunga fase di ricostruzione.

Professore Cancila, perché un altro lavoro sui Florio?

“Volevo comprendere meglio le ragioni di una caduta così rovinosa da un’altezza che  nessun siciliano era  mai riuscito a raggiungere nella storia plurimillenaria dell’isola. I lavori sui Florio avevano considerato soltanto aspetti o epoche particolari, non l’intera vicenda; rimanevano parecchi aspetti inesplorati e molta documentazione sconosciuta. Questo libro, a mio parere, è un lavoro completo, che copre il periodo dagli anni calabresi, ricostruiti per oltre un secolo, al fallimento del 1935, con un rapido sguardo anche al dopo Florio, cioè all’attività delle aziende ormai in mano ai nuovi proprietari. Attenzione, completo non significa definitivo. Come tutti sappiamo, ogni epoca trova sempre insoddisfacente la storiografia delle generazioni precedenti e ama riscrivere da sé la storia del passato. Cerca, infatti, nella storia il passato del suo presente, un passato che non esiste in sé come tale, ma soltanto come passato del presente in cui essa vive. E il presente dei nostri posteri sarà certamente diverso dal nostro”.

In questo saggio quale è l’aspetto più interessante o inedito sui Florio?

“Quale  sia l’aspetto più interessante lo lasciamo dire ai lettori. E’ sicuramente inedita la parte diciamo calabrese della storia familiare e la ricostruzione delle vicende novecentesche, su cui la storiografia non si era sufficientemente soffermata e che erano ormai avvolte nel mito. Mi pare inoltre nuova l’interpretazione dei fatti, che grazie all’ampia documentazione utilizzata risultano sicuramente molto più chiari. Si rivela senza fondamento la tesi del complotto nordista a danno dei Florio e quindi del Sud, tanto cara ai sicilianisti di casa nostra. I Florio operavano a livello internazionale e l’ultimo Ignazio era autorevole membro del Consiglio di amministrazione della Banca Commerciale Italiana, un istituto di credito tra i più apprezzati dell’epoca”.

I Florio potevano veramente trasformare l’economia della Sicilia e permetterle un decollo competitivo con il Nord?

“ No, non mi pare. La Sicilia era sottosviluppata e priva di infrastrutture essenziali. La Fonderia Oretta, orgoglio dei palermitani, era certamente l’officina più attrezzata e moderna dell’isola, ma già in età borbonica non reggeva il confronto con quelle napoletane e, dopo l’unificazione, con quelle italiane. Il suo decollo avvenne non perché trainata dalle richieste del mercato interno, bensì perché essa operava come officina delle navi dei Florio. In Sicilia mancava il mercato e non potevano essere i Florio a crearlo da soli”.

A cosa attribuisce la caduta dell’impero economico dei Florio?

“ Come dicevo prima, non certo al complotto nordista, ma piuttosto a speculazioni errate, come, ad esempio, la partecipazione azionaria al Credito Mobiliare sull’orlo del fallimento, e ad una certa sprovvedutezza”.

Sintetizzando, cosa vede di positivo e di negativo nei Florio?

“ I Florio hanno creato a Palermo, direttamente o indirettamente, un tessuto industriale che dura tuttora, come nel caso del Cantiere Navale. Hanno posto inoltre Palermo e in parte anche la Sicilia all’attenzione dell’Europa. Il loro tracollo ha coinvolto anche la città”.

Malgrado tutto i Florio continuano ad esercitare un fascino irresistibile in Sicilia. Ancora oggi si parla di un mito dei Florio. A cosa è dovuta questa persistenza?

“ E’ vero e non soltanto in Sicilia. Per l’immaginario collettivo sicilianoe meridionale in genere i Florio da tempo sono entrati nella leggenda e nel mito. Rappresentano gli uomini simbolo delle capacità imprenditoriali del sud, i tempi sempre nostalgicamente rievocati in cui anche al sud fiorivano iniziative industriali vincenti. E come scrive Maurice Aymard, la vicenda dei Florio è stata identificata “ con quella della Sicilia  pre e post-unitaria, cioè la Sicilia delle grandi speranze, delle attese frustate e delle illusioni perdute…Questo incontro fra un destino familiare e quello dell’isola dà forza e durata al mito che essi incarnano o che sono incaricati di incarnare”.

Un’ultima domanda. Di quanti anni di ricerche questo lavoro è il frutto?

“ Il mio primo impatto con i Florio risale alla seconda metà degli anni Ottanta. Convintomi della opportunità di indagare meglio il fenomeno Florio ho condotto ricerche a Roma presso l’Archivio Centrale dello Stato, a Milano presso l’Archivio Storico della allora banca Commerciale italiana e a Palermo presso l’Archivio di stato, estendendo le indagini agli archivi della Banca d’Italia e dell’Iri, alla serie dei notai dell’archivio notarile di Palermo, con puntate a Napoli, a Roma e Marsala e ancora agli archivi calabresi alla ricerca delle lontane origini della famiglia. Mi creda, un lavoro massacrante”.

                                        Manuela Girgenti

Graham Simmons, Vita di Gesù dopo la crocifissione, Sperling & Kupfer, p.347,18 euro.

 

 

Gesù è sopravvissuto alla crocifissione? Graham Simmons, che ha dedicato la sua vita a ricerche storiche e archeologiche in Egitto e nell’area di Rennes le Chateau per svelare quanto resta ancora oscuro sulla vita del Re dei Re, non ha alcun dubbio nell’affermare che Gesù sopravvisse al supplizio della Croce, inflittogli nella Palestina romana. Simmons sostiene che ha avuto sempre una certa predisposizione per le scoperte, ma in questo caso appaiono di scarsa rilevanza scientifica.

Si limita a citare testi antichi e studi recenti, tutti tendenti a dimostrare, come in un processo

indiziario, le numerose ipotesi circa la sopravvivenza di Gesù alla crocifissione.

“ Se Gesù aveva poteri taumaturgici – sostiene Simmons -, non possiamo escludere che li abbia applicati al suo corpo”. E se la ferita la costato non giunse a trafiggere il cuore, né i polmoni – ma non spiega come sia giunto a questa conclusione – “ la spiegazione più verosimile è che c’era qualcuno pronto a somministrare a quell’uomo così malconcio le cure necessarie”.

Sopravvissuto, così, alla crocifissione, Gesù  sarebbe stato imbarcato in gran segreto con tutta la sua famiglia in una nave di Giuseppe di Arimatea , diretta nel Midi della Francia, dove visse sino alla morte.

Una tesi suggestiva di Simmons, non priva di una sua logicità, è che il sepolcro di Gesù possa trovarsi nei pressi di Rennes le Chateau e questo, secondo l’autore, potrebbe spiegare i molti misteri che circolano intorno a questa suggestiva località, dall’improvvisa ricchezza dell’abate Sauniere all’interesse particolare che i Templari dimostrarono per l’intera regione della Linguadoca.

La vicenda degli sputi sulla croce, principale atto d’accusa di eresia nei confronti dei Templari, potrebbe essere spiegato con la convinzione da parte di questi ultimi che la croce rappresentasse un aspetto della vita di Gesù che non sarebbe dovuto diventare oggetto di particolare venerazione, in quanto discendenti di quei giudeo-cristiani che fin dal principio avevano custodito il segreto di una diversa versione dei fatti.

Probabilmente nel corso della loro decennale ricerca nei cunicoli del tempio di Gerusalemme, i Templari cercavano documenti che, una volta trovati, li rimandarono nel regno da cui provenivano molti dei loro fondatori. Quello che cercavano, secondo l’autore, era una tomba, la cui natura era tale da inferire alla loro fede cattolica un colpo mortale. Per questa scoperta pagarono il più alto prezzo immaginabile.

                                                               Manuela  Girgenti  

Settecento anni fa, all’alba del 13 ottobre 1307, tutte le commende  templari in Francia vennero circondate dalle germanderie locali e, in ottemperanza ad un ordine regio, tutti i monaci guerrieri che vi dimoravano vennero tratti in arresto.

La notizia fece grande scalpore. I templari, infatti, godevano di grande prestigio in tutta la cristianità. Nella lotta per la liberazione della Terrasanta “ i poveri cavalieri di Cristo” avevano dato un grosso contributo di sangue. La loro cavalleria costituiva la truppa d’assalto negli scontri con i musulmani e a nessun templare era concesso di arrendersi o di ritirarsi dalla battaglia, anche se questa era da considerarsi persa. La loro fama di terribili ed ottimi combattenti non era certo usurpata. Per il ruolo che essi furono chiamati a svolgere, i sovrani e i signori feudali dell’epoca non fecero mancare loro un consistente aiuto economico. Dal 1118, anno della loro fondazione, al 1307, i templari accumularono ricchezze sbalorditive, riuscendo a possedere circa 9 mila commende,  sparse in tutti i paesi europei. Abili amministratori raggiunsero una smisurata potenza politica, sociale ed economica. Furono i pionieri del moderno sistema bancario, dando vita, proprio per la loro ramificazione, alla prima “ impresa multinazionale” della storia economica.

“ In Francia – scrive Lancianese – più che altrove la penetrazione sociale dei templari risultava particolarmente evidente; essi controllavano le finanze, il commercio, le vie di comunicazione, la cultura, le arti e i mestieri, avevano ovunque affiliati e protetti, proprietà e castelli, uomini armati e amministratori: la stessa Parigi era per circa un terzo proprietà del Tempio”.

L’ordine possedeva, inoltre, una folta flotta che aveva la sua principale base navale nel porto di La Rochelle. Riforniva di merci le postazioni cristiane in Terra Santa e nel contempo importava dall’Oriente in Europa ogni genere di mercanzia. Si sospetta – e a suffragio di questa tesi ci sono molti elementi concreti – che i templari avessero scoperto la rotta per le Americhe ancor prima di Cristoforo Colombo. La cappella di Roslyn, per esempio, costruita fra il 1440 e il 1480, fra le tante immagini simboliche contiene due bassorilievi, raffiguranti una pianta di aloe  e di granturco. Come potevano, dunque, i templari conoscere delle piante che sarebbero state introdotte in Europa solamente nei primi del ‘500?

In realtà, nessuna pagina della storia è così densa di misteri come quella dei templari. Molti ipotizzano che primi nove anni della loro permanenza  a Gerusalemme, trascorsi per la gran parte a scavare nei cunicoli sotto il Tempio di Salomone, abbiano trovato documenti e reperti ( c’è chi parla del Santo Graal o addirittura dell’Arca dell’alleanza) tali da ricattare il Vaticano e  determinare così la loro fortuna. Sta di fatto che al loro ritorno in Francia, con la benedizione di San Bernardo di Chiaravalle, che per loro scrisse la “Regola” e “ L’elogio della nuova cavalleria”, ottennero dal papa Innocenzo II° con la bolla “Omne datum optimum”un grande potere, poiché, dipendendo direttamente dal Pontefice non dovevano alcuna obbedienza né ai sovrani, dove erano ubicate le loro commende, né ai vescovi. E, come se non bastasse, furono esentati dal pagamento di qualsiasi tassa o decima.

Cero, per la loro superbia, arroganza, esosità e ricchezza i templari si guadagnarono non poche antipatie, ma nel popolo della cristianità la stima e l’affetto non vennero mai meno.

E’ per questo motivo che il loro arresto all’alba del 13 ottobre 1307 destò grande stupore. E, in particolare, le accuse che furono loro contestate: di eresia, di rinnegare Cristo, di sputare sulla croce, di sodomia e di praticare riti satanici.

Nessuno, almeno ufficialmente, accettò per vere le accuse che Filippo il Bello, con la complicità del papa Francese Clemente V, rivolse ai templari e, in realtà, i sovrani degli altri paesi europei preferirono agire blandamente contro i cavalieri del Tempio, malgrado il papa li esortasse ad arrestarli tutti.

Ma perché i templari non reagirono? Fra l’altro erano stati avvertiti con largo anticipo delle intenzioni di Filippo il Bello, tanto è vero che delle immense fortune in oro, argento e gioielli che si trovavano depositati nel Tempio di Parigi non se ne trovò alcuna traccia, così come non si trovò più alcuna traccia della flotta navale dei templari, che il giorno prima degli arresti era salpata dal porto di La Rochelle per destinazione ignota. C’è ancora da aggiungere che, dopo la sconfitta di Acri, quando ormai la Palestina e la città santa erano perse per sempre, la maggior parte dei templari aveva fatto ritorno alla tradizionale roccaforte francese e, quindi, in grado di potere respingere ogni assalto, se non addirittura spodestare Filippo il Bello.

Forse fu proprio questa considerazione a spingere il re di Francia, fautore di una grande monarchia totalitaria, a distruggere una organizzazione diventata pericolosa agli occhi del potere politico, visto che a questi ultimi attribuiva il disegno politico, a suo tempo coltivato da San Bernardo, di istituire in Europa una monarchia teocratica, della quale i templari dovevano rappresentare la massima espressione. Non reagirono, perché forse ritenevano che il papa sarebbe stato in grado di bloccare e mortificare l’iniziativa del re di Francia. Trascurarono, invece, di valutare un elemento non irrilevante: che Clemente V era il braccio ecclesiastico di Filippo il Bello, perché quest’ultimo aveva favorito la sua elezione al soglio pontificio ed, inoltre,” il pastor senza legge”, come lo chiama Dante, non proveniva dalla scuola di San Bernardo, come quei papi che sin dalle loro origini li avevano protetti e favorito la fortuna.

 

                                                                Manuela Girgenti

                                      

Nasce a Trapani una sezione staccata dell’Officina di studi medievali di Palermo. L’incarico di direttore è stato affidato al professor Salvatore Girgenti che si avvalerà della collaborazione del professore Erasmo Miceli, dirigente scolastico e del professore Giuseppe Allegro dell’Istituto di filosofia medievale, entrambi membri del comitato di presidenza. L’Officina svolgerà una normale attività didattica impegnandosi su varie direttrici di ricerca medievalistica con una impostazione programmatica multidisciplinare; si suddividerà in cinque sezioni: storia, filosofia, estetica, arte e letteratura. Ogni sezione, dopo l’approvazione della sede centrale di Palermo, potrà servirsi delle partecipazioni di Università, Dipartimenti e Fondazioni.

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